SITO UFFICIALE DEL PARTITO DEMOCRATICO CIRCOLO DI VIETRI SUL MARE

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giovedì 4 luglio 2013

Epifani: "La verifica è un rito superato. Renzi? Basta, macché tiro al piccione"


Intervista a Gugliemo Epifani di Carlo Fusi - Il Messaggero


epifani agorà  epifani agorà
A Guglielmo Epifani la verifica chiesta da Scelta Civica non è piaciuta: «Un rito del passato. Meglio se i problemi vengono affrontati all`interno del governo, dove sono presenti tutte le forze di maggioranza». Tuttavia visto che si fa il Pd non ci andrà solo per ascoltare: «Il nodo vero è l`approntamento della manovra di autunno, un appuntamento che si è caricato di aspettative molto forti. Bisogna rivedere il patto di stabilità interno per favorire gli investimenti». Il segretario del Pd non rinuncia ad una frecciatina verso il ministro dell`Economia: «Dice che la ripresa partirà già dall`ultimo trimestre del 2013? Mi auguro che abbia ragione. Però i dati che ho io non mi consentono di essere così ottimista». E infine, quanto alle questioni interne al partito, Epifani rigetta le critiche di Matte° Renzi: «La caccia non mi piace e dunque non partecipo ad alcun tiro al piccione. Non esiste alcuna Santa Alleanza contro Matteo e confermo che faremo il congresso entro l`anno». 

Dunque, segretario, la verifica chiesta da Monti non servirà a niente, soprattutto dopo le aperture da parte Ue che Letta definisce un grande successo? 

«Non l`abbiamo chiesta e non era questo il modo giusto di affrontare i problemi. Si richiamano vecchi riti di altre stagioni della politica. Le cose si possono discutere all`interno del governo. Detto questo, è doveroso cogliere l`occasione per incidere sul nodo vero: l`addensarsi sulla manovra di bilancio di autunno di una serie di scadenze che non è stato possibile risolvere prima: Imu, Iva, ticket per il 2014. E` fondamentale che il governo si doti di una strategia compiuta su tutti questi fronti». 

Ma il Pd che farà: ascolterà o farà proposte? E quali? 

«Noi abbiamo assoluto bisogno di un allentamento del patto di stabilità interna perché abbiamo bisogno di favorire il rilancio degli investimenti. E` questo il cuore del problema italiano; la difficoltà più grande che ha il governo e il Paese. Far costare meno il lavoro dei giovani è giusto ma non basta. Vanno rilanciate la domanda interna e gli investimenti. I dati della Confindustria sono impressionanti: meno 5 per cento di investimenti fissi; meno 3,8 per cento di consumi». 

Ecco, appunto: la politica dei piccoli passi di Letta va continuata oppure serve un cambio di passo? Il premier parla di grande successo riguardo le aperture Ue sui conti pubblici. Ha ragione? 

«Il governo è stato costretto ai piccoli passi perché era in assenza totale di risorse. Questa via era obbligata però non è risolutiva della gravità della crisi. Adesso il governo ha in tasca due risultati: l`aumento dei finanziamenti europei sui giovani con risorse di un certo peso e l`apertura sui conti pubblici. Per quest`ultima, letteralmente riguarda gli Stati che hanno i conti in ordine. Ma il problema vero riguarda gli altri, che sono in recessione. Si tratta di capire in che modo ciò che è stato al momento preannunciato possa essere utilizzato da un Paese come l`Italia. Per esempio capire se davvero sblocca il cofinanziamento delle opere europee oltre il 3 per cento. Oggettivamente però è la prima volta che si va oltre una politica di solo rigore. Che però non può essere sostanziata solamente da annunci». 

Mai lei a Saccomanni che dice che la ripresa comincerà nel quarto trimestre di quest`anno, ci crede o no? 

«I dati che abbiamo non mi consentono di condividere quella previsione. Poi sa, c`è una vecchia regola che dice che a furia di scendere si tocca il fondo e di lì non si può che risalire. Non so se avverrà nell`ultimo trimestre. Vorrei che Saccomanni avesse ragione; mi pare però ancora un pò presto per dirlo». 

Segretario al dunque: Monti fa le bizze e chiede verifiche; il Pdl resta appeso alla sentenze di Berlusconi e il Pd fibrilla per le sue questioni congressuali. Come può il governo reggere l`urto di tutte queste tensioni e andare avanti?

«Per questo occorre preparare bene la manovra che è di autunno ma va impostata in queste settimane. Lo snodo è lì. Se il governo fa interventi socialmente equilibrati ne potrà trarre una spinta. Noi confermiamo la scelta di sostegno all`attuale esecutivo. Bisogna alleggerire il clima attorno al governo e consentirgli di operare». 

Formalmente anche Pdl e Scelta civica sono sulla stessa linea. Poi però ci sono gli incidenti di percorso. La questione Santanché come finisce? 

«Sulla Santanché, la rivendicazione del Pdl di avere alla Camera un suo vicepresidente è giusta. Senza sottacere le divisioni in quel partito, meglio sarebbe stato concordare un nome e non è avvenuto. Si è preso tempo e il tempo deve servire a far maturare una soluzione. Altrimenti ci ritroveremo tra quindici-venti giorni lo stesso problema, per di più ingigantito». 

Sugli F-35 chi ha ragione: il Consiglio di Difesa o il Parlamento che avoca a sè la decisione finale? 

«Ci sono prerogative del Consiglio di Difesa e altre del Parlamento, confermate da una recente legge, sulla materia delle spese militari. Vanno rispettate tutte». 

Parliamo di Renzi. A lei piace il tiro al piccione? Ci partecipa, come accusa il sindaco di Firenze? 

«Tiro al piccione? Mai. Non amo la caccia». 

Però l`immagine di tutti uniti contro Renzi, una Santa Alleanza dell`establishment pd contro di lui, ristagna... 

«Macché, non esiste. Lavoriamo per trovare una intesa complessiva. Lo vedremo nei prossimi giorni». 

Lei è in grado di fornire una data per il Congresso? 

«Ribadisco quel che ho sempre detto: il Congresso si farà entro l`anno».

Fonte: Il Messaggero

FASSINA:RENZI CON LA SUA OSSESSIONE PER LE REGOLE HA STUFATO.ABBIAMO PARLATO DUE MESI A PARLARE SOLO DELLE REGOLE


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Stefano Fassina ha preparato (con D’Attorre e Martina) il manifesto della convention che si tiene domani, “Fare il Pd”, e che raccoglie il fronte alternativo a Renzi. Fassina, ogni giorno uno scontro sulle regole in vista del congresso. Il Pd non rischia di rendersi incomprensibile? «Si, dovremmo parlare di lavoro invece sono due mesi che Renzi ci appalla con le regole. Se uno è convinto di stravincere contro una banda di burocrati sbandati, non ha l’ossessione delle regole».
Ma lei che congresso vorrebbe? «Le regole devono garantireia massima apertura in un quadro in cui scindiamo, come abbiamo fatto l’autunno scorso con Bersani, la figura del segretario da quella del premier».
Fatto apposta per ostacolare Renzi, che si sente preso di mira, come quando si fa il tiro al piccione? «No, non costruiamo ostacoli nei confronti di nessuno. Sono regole pensate per eleggere il segretario del Pd visto che non vi sono elezioni in vista. Quando vi saranno, faremo le primarie per eleggere il candidato premier».
Ma il congresso quando si tiene? «Il segretario Epifani ha ribadito l’impegno preso nell’Assemblea nazionale di tenere il congresso entro l’anno, Suggerirei di discutere dell’Italia e dell’Europa, del nostro futuro; di come intervenire su Iva e Imu in modo da aumentare il potere d’acquisto delle famiglie più in difficoltà; di come fare arrivare il credito alle imprese».
E lei è candidato alla segreteria? «Non sono candidato anche perché non mi piacciono le auto candidature, e tutte le candidature in campo sono sostanzialmente autocandidature. Voglio dare un contributo per unire, per questo al convegno “Fare il Pd” abbiamo invitato tutti, anche i renziani».
Il fronte anti Renzi non ha una leadership, è questo il vostro problema? «Il problema è forse il contrarlo, ne abbiamo tanti di leader, certamente Cuperlo è tra questi. Penso a un Pd come una squadra di calcio, in cui ci sia un capitano, ma non un uomo solo al comando. Finora, in questi primi sei anni di vita, il partito non è stato una comunità».
Il Pd è balcanizzato in correnti? «Balcanizzato è troppo… ma le correnti hanno un primato negativo».
Ma insomma se glielo chiedessero, lei si candiderebbe? «Le figure che possono unire sono diverse, la candidatura del sottoscritto togliamola di mezzo…».
Renzi è adatto a fare il segretario o il premier? «Matteo stesso ha indicato uno scarso interesse per la costruzione del Pd. E molto interesse per la premiership».
Con un segretario del Pd forte come potrebbe essere Renzi, il governo Letta rischia? «Con un segretario del Pd forte, il governo si rafforza se nell’agenda di quel segretario c’è il rafforzamento dell’esecutivo Letta che è nato per rispondere alle emergenze e avrà vita finché riuscirà a farlo».

Da La Repubblica del 03/07/2013

FASSINA: LE REGOLE? LE SCRIVA RENZI SUL SUO BLOG


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Il lavoro prima di tutto. Il viceministro all’economia Stefano Fassina prima commenta la decisione della Consulta che ha dichiarato illegittimo l’art.19 dello Statuto dei lavoratori che esclude dalle rappresentanze i sindacati non firmatari di accordi. «Sana un vulnus alla democrazia e alla Costituzione. Era nel nostro programma». Poi il Consiglio supremo di difesa sugli F35: «Parole sorprendenti. La legge 244 è chiara, il parlamento è centrale in materia di riordino dei sistemi d’arma».
Fassina, oggi voi firmatari del documento Fare il Pd chiamate il partito a un
primo confronto sul congresso, a Roma. Per dire cosa? 
«Il Pd dovrà scegliere una linea politica e un segretario attraverso la competizione, ma ha un’urgente esigenza di condividere una cultura politica. I passaggi terribili dell’elezione del capo dello Stato lo hanno dimostrato. Non a caso il congresso avrà la parte sui territori svincolata dalle candidature nazionali. Si ridurranno i rischi delle filiere correntizie che partono da Roma o da Firenze e arrivano fino ai circoli. Per combattere l’asfissia del correntismo».
Tutte le correnti contestano il correntismo e poi fanno riunioni di corrente. Anche voi bersaniani. «Infatti la nostra prima uscita è con tutti. Vogliamo che sia una discussione trasparente e aperta, anche alla stampa. In un congresso ovviamente ci sono parti che competono. Il punto è che dovrebbero essere parti che si formano su una linea politica. Che non necessariamente diventa una struttura permanente finalizzata alla contrattazione interna».
Parliamo allora di linea politica. Il candidato Gianni Cuperlo usa le vostre stesse parole chiave: uguaglianza, diritti, lavoro. Perché non sostenete lui? «Per ritrovarsi sulle candidature serve una discussione che non sia solo prendere o lasciare. Oltre che sulla proposta anche sulla soluzione migliore per interpretarla. Non ci siamo ancora arrivati. Sono impegnato, con altri, a promuovere un’unità che raccolga energie trasversalmente alle culture e alle storie fondative del Pd. E non solo dentro una parte di esse, o dentro le famiglie».
Unire la sinistra è difficile, anche nel Pd? «C’è tanta sinistra che non viene dalla tradizione degli ex ds, e invece in una parte di quella tradizione vedo poca sinistra e tanta subalternità al pensiero unico che ha dominato in questi anni. Dobbiamo entrare nel mento. Riprendere il lavoro come tema centrale e insistere sulle asimmetrie di poteri che segnano la dimensione della produzione. E la dignità della persona che lavora».
Anche i giovani turchi, sua ex componente, dicono: ripartiamo dalla fabbrica come luogo del conflitto. Il tema è lo stesso. Perché vi siete separati? «Forse c’è una valutazione diversa delle vicende degli scorsi mesi. E della possibilità di andare oltre nell’aggregazione di forze intorno a un pensiero critico. Ci sono forze importanti nelle componenti cattoliche del Pd che, se facciamo uno sforzo di ascolto maggiore, possono costituire a pari grado con noi una proposta più forte e ricca. Ripeto: si tratta di riconoscere la fertilità delle culture diverse, è il senso di fondo del Pd».
Volo molto più basso: non è che risentite del freddo fra Bersani e D’Alema in questa fase? «È una lettura riduttiva e fuorviante. C’è pigrizia intellettuale in chi la fa. Cuperlo non è D’Alema, noi non siamo Bersani. L’autonomia con la quale abbiamo fatto battaglie l’abbiamo già dimostrata».
È  pigrizia intellettuale dire che lei sta con Franceschini? «È proprio la pigrizia di cui parlavo. Non c’è solo Franceschini, c’è Marini, Franco Monaco. Lo smarrimento antropologico denunciato dalla dottrina sociale della Chiesa si può affrontare, ci ricorda Pierre Carniti, solo a partire dal senso del lavoro per la dignità della persona».
E se non riuscite a mettere Insieme le sinistre Pd, lei si candiderà? «Il mio impegno è unire, e questo può succedere solo se mettiamo la politica al primo posto. Quanto a me, non mi sono candidato, sarebbe stata l’ennesima autocandidatura. Ed è un metodo che non accetto».
In molti sospettano Renzi di ostilità verso il governo Letta. Ma questo il tema riguarda anche voi: come potrebbe un segretario che vuole ricollocare il Pd nel socialismo europeo poi continuare a sostenere le larghe intese? «Le larghe intese sono un governo emergenziale. Dobbiamo fare un congresso che dia al Pd un’identità programmatica forte per poi spenderla, in questa fase difficile, nella costruzione di compromessi con una forza alternativa. E un’identità debole quella che ha paura di questo banco di prova».
State tentando di costruire un correntone antiRenzi? «Io lavoro a costruire una proposta per un Pd adeguato ai problemi radicali che abbiamo di fronte oggi. Tutti dovremmo fare così, anche chi usa il vittimismo come marketing congressuale».
Perché Matteo Renzi dovrebbe essere un cattivo segretario e un buon premier? «Ma infatti io non sono d’accordo con chi lo dice. Il problema è di sensatezza istituzionale. Oggi dobbiamo eleggere il segretario che deve costruire una proposta per il Pd e per il paese. A volte invece si dà l’impressione che il Pd sia un comitato elettorale per arrivare a Palazzo Chigi».
Dice Renzi che state per varare regole contro di lui. «Facciamo così: Renzi scriva sul suo blog le regole che vorrebbe. E la data del congresso. Noi poi ubbidiamo. Poi però cominciamo a parlare di lavoro e di Europa».

Daniela Preziosi per Il Manifesto.

martedì 2 luglio 2013

LANDOLFI (PD): “che cosa posso sapere? Che cosa devo fare? Cosa mi è lecito sperare?”



Matteo Renzi in questi giorni ha sostenuto, peraltro legittimamente, che chi guiderà il PD nei prossimi anni avrà innanzi tutto, il compito di occuparsi dell’Italia e di dire come vorrà cambiarla.
Gianni Cuperlo, altrettanto legittimamente, invece, ha detto che chi lo dirigerà dovrà soprattutto organizzare il nuovo Partito che ancora non c’è.
Non c’è bisogno di conoscere o scomodare Carl Schmitt per affermare che, entrambi, hanno detto una parziale verità. I partiti politici, infatti, sono tali perché organizzano una “parte” in ragione della loro “visione” della realtà. Traggono, cioè, ragione d’essere non solo “in sé” ma “in sé e per sé”. Così, il Partito Democratico, con buona pace dei tanti (troppi) che si accingono a candidarsi alla segreteria nazionale, dovrà dire come vuole che l’Italia cambi e come vuole cambiare. Riforma e autoriforma sono le ragioni, da Rousseau e Marx in poi, per le quali la politica, dopo essersi a lungo occupata delle analisi e delle filosofie della storia, ha deciso di vivere la propria funzione intellettuale come una cosa “pratica”, concreta, non avulsa dal mondo.
Noi dovremmo occuparci dell’Italia e di noi stessi anche per un’altra ragione, che è più di fondo, più profonda; che attinge nelle pieghe di una realtà, quella dell’Italia di oggi, tremendamente aspra. Una lunga transizione incompiuta si è chiusa con l’ammutinamento dei 101 deputati sul voto a Prodi, con il governo PD-PDL, con una crisi (quella democratica, drammatica, durante le fasi più concitate dell’ultima elezione del Presidente della Repubblica) che in un’altra Repubblica si sarebbe risolta, molto probabilmente, con un governo di militari, tanto l’irresponsabilità e l’infantilismo ha preso il sopravvento.
A dispetto di quello che ha scritto in un meraviglioso poemetto Elsa Morante, il “mondo (non può essere ) salvato dai ragazzini”. Per questo l’atteggiamento di fronte al futuro dell’Italia e al futuro del PD , stavolta, deve essere maturo. Le due cose si tengono insieme. Italia e Partito Democratico.
Il PD non è funzione di sé. Non è una formula astratta che va bene, indifferentemente, da quello che succede nel paese. Non è una confederazione di correnti che si contrastano per vedere chi si dovrà occupare del potere, se mai ci capiterà più di vincere (davvero) le elezioni.
Il PD ha senso se fa parte della vita dell’Italia. Se respira e gli batte il cuore per effetto dei conflitti, della realtà, della precarietà senza risposte che taglia l’Italia un’altra volta in due, come negli anni '50.
Servizi pubblici, scuola, lavoro, famiglie, riforme dello Stato. Di questo deve occuparsi il PD, per l’Italia. Di questo deve parlare il PD se vuole fare del suo Congresso non un’altra occasione persa, ma la svolta vera, quella che dà un’identità, un pensiero, un contenuto a una “forma” che ancora non c’è.
Il dibattito sul Segretario, se deve o non deve essere il candidato, quella sulle primarie aperte o le primarie chiuse sono il modo peggiore di discutere, per fare qualcosa che abbia senso. Gli Statuti si scrivono alla fine dei Congressi, non prima. Le regole sono costituzioni, sono gli ideali che diamo, non una burocrazia di lettere maiuscole.
C'è un “partito che governa” con l’ansia addosso e il fiato sul collo del “partito che pensa allo Statuto”. Altra zavorra, invece dell’ossigeno delle idee.
Alla lunga, un partito così non serve, cuocerà nell'acqua sua, là, dove gia sta cuocendo.
E se cerchiamo di inseguire e di somigliare a tutto, alla fine, non somiglieremo più niente e sarà la morte peggiore. Realismo e speranza devono andare d’accordo.
Si chiedeva l’eterno Kant: “che cosa posso sapere? Che cosa devo fare? Cosa mi è lecito sperare?”
A queste domande dovremo dare risposte. Non di statuti "a priori". Ma di grandi idee, di grandi lotte, di grandi esempi.
                                                                                                    nicola landolfi

Lavoro. Carmassi: situazione insostenibile, servono investimenti


"Uomini e donne, giovani e meno giovani vengono colpiti duramente dalla crisi e continuano a cercare una occupazione senza trovarla". Dichiarazione di Cecilia Carmassi, responsabile Lavoro e Politiche sociali del Partito Democratico


Cecilia Carmassi  carmassi
I dati dell'ISTAT sulla disoccupazione confermano che la situazione sociale è insostenibile. Ampie fasce della popolazione sono alla ricerca del lavoro. Uomini e donne, giovani e meno giovani vengono colpiti duramente dalla crisi e continuano a cercare una occupazione senza trovarla. E non dobbiamo dimenticare che il 36% della popolazione in età produttiva è formalmente inattiva.

La situazione rende indispensabile un mutamento nelle modalità d’incontro tra domanda ed offerta di lavoro. E’ necessaria una la riforma dei sevizi all'impiego, a partire dalla loro funzione di orientamento e motivazione.

I dati Istat di oggi fotografano un Paese in cui gli incentivi alla stabilizzazione e le modifiche normative potrebbero non essere sufficienti per aumentare l'occupazione ed invertire il trend di impoverimento della popolazione. Per questo dobbiamo investire al più presto risorse pubbliche italiane ed europee per rimettere in moto l'economia. Il tempo in questi casi non è mai una variabile neutra

lunedì 1 luglio 2013

Matteo Orfini al Sindaco Renzi: insensato pensare ora al Premier


Matteo Orfini al sindaco: insensato pensare ora al premier
Intervista a Matteo Orfini, La Stampa, 01 luglio 2013
“Porre ora la questione del segretario che deve essere anche candidato premier mi pare privo di senso. Su facebook è nata la mozione “poi vediamo”. Ecco, poi vediamo. Manca qualche mese al congresso, le elezioni addirittura sono lontane, e noi eleggeremo intanto un segretario. Poi se si scoprisse che è Maradona, nessuno ci impedisce che sia anche candidato leader”. Matteo Orfini è beffardo col suo omonimo Matte, Renzi. Orfini è il più intelligente dei quarantenni cresciuti con D’Alema. Se ne è distaccato, deo gratias, è stato tra i pochi a criticare Bersani e il suo gruppo dirigente, se non altro per la scarsa attitudine all’autocritica. E’ uno che ha digerito a fatica le larghe intese, perché conosce bene la base; però le ha digerite.
Quindi anche stavolta non la pensa come Renzi?
“Io lo capisco, non si fida, dobbiamo ricostruire un rapporto di fiducia nel partito; ma chiunque sarà il candidato premier, se il Pd sarà malmesso non avrà nessuna possibilità di essere eletto. Per questo abbiamo bisogno di qualcuno che lavori sul Pd”.
Renzi non sarebbe un valore in più vincente di per sè?
“Ma chiunque sia candidato vince solo con un Pd forte. Sicuramente Renzi è uno dei leader più forti, ma probabilmente non è l’unico, ci sono altre personalità che stanno crescendo. E non c’è nessuna Madonna pellegrina”.
Però cosa significa un Pd forte? Un Pd che magari, intanto, riconosce i suoi errori, il distacco dai suoi elettori?
“Io lo dissi a Bersani già prima delle elezioni, ricordo un convegno al Crs. Non avevamo una parte, ci mancava stare in una parte, che io penso debba essere la parte più debole del Paese, i giovani, i ceti popolari. Aver eluso la dimensione della sconfitta è una delle responsabilità più gravi del gruppo dirigente di cui ho fatto parte”.
I sondaggi dicono no, al momento, ma stare in questo governo vi costerà caro, non crede?
“Certo se va avanti così noi pagheremo un prezzo molto alto. Il Pd dovrebbe far pesare di più la sua forza, nel governo. Finora non è successo. Se stiamo lì per votare la Santanchè vicepresidente della Camera – cosa che io mi rifiuto di fare, anche se credo non succederà – allora perdiamo, Renzi o non Renzi”.
Siete ancora placidi alleati con un interdetto in primo grado. Lei è contro l’ineleggibilità vero?
“La legge del ’57, non io, lo è”.
E se invece a settembre la Cassazione confermerà l’interdizione nel processo sui diritti Mediaset?
“In quel caso è certo che Berlusconi decade, e noi voteremo la decadenza”.
Non crede che uno dei problemi del Pd sia superare un dibattito solo geografico, candidato-di-destra-o-di-sinistra, e lavorare a un ragionevole, laico interclassismo?
“Fino a un certo punto. Dipenda da cosa si intende per interclassismo. La fine della lotta di classe sì. Ma il fenomeno del nostro tempo è un grande problema di disuguaglianze, è quello il punto di una sinistra vera. Mi pare tra l’altro che Renzi, col documento Gutgeld, va anche lui a sinistra e abbandoni Zingales e Ichino. Ma se è a sinistra, perché si candida? Voti Cuperlo”.
Ecco, Cuperlo. Uno in grado di citare Rilke; già un merito, peraltro. Ma al Pd non serve anche ritrovare un linguaggio per quell’Italia che vi ha mollato?
“Lo puoi fare con la via più facile, con un’icona pop. E funziona, può andar bene. Oppure, e è la vita che amo di più, riportando il tuo popolo a un’idea di comunità, di partito. Per questo il nome perfetto è Cuperlo”.

    La Repubblica dei partiti provvisori


    È in corso un cambiamento politico rapido e violento. Come vent'anni fa, tra il 1992 e il 1994. Eppure fatichiamo ad accorgercene. Probabilmente perché fissiamo l'attenzione sull'istante. E non vediamo il dopo. Non ce ne (pre)occupiamo.

    Ma la semplice osservazione dei fatti politici è sufficiente a descrivere una realtà evidente, quanto elusa. Tutti i partiti e tutti i leader che hanno guidato il Paese negli ultimi vent'anni sono a fine corsa. Fra un anno, al massimo, il sistema partitico sarà diverso. Molto diverso. Cambieranno le sigle, i protagonisti, le alleanze. Lo spartiacque sarà costituito dalle elezioni europee. Perché l'Europa e l'euro già costituiscono temi strategici dei principali partiti. In grado di dividere, tra loro e al loro interno, questa "strana" maggioranza e questa "strana" opposizione. Perché alle elezioni europee i partiti si presenteranno da soli. Ciascuno per sé e contro gli altri. Visto che le elezioni si svolgono con metodo proporzionale. Già, ma quali partiti? E quali leader? L'impressione è che il paesaggio su cui proiettiamo i nostri scenari futuri sia già "passato". Più che ieri. Largamente ridisegnato e, comunque, destrutturato dalle elezioni di febbraio e dal dopo-elezioni. 

    Partiamo dal centro. Avrebbe dovuto imporsi come il Terzo Polo, intorno a Monti. Con il sostegno dell'Udc di Casini e Fli di Fini. Tutto finito. Durato il tempo di un'elezione. Ora il partito di Monti è stimato intorno al 5%. Ma è in calo. Mentre Fli e perfino l'Udc non possono calare oltre. Perché sono praticamente spariti. Come i loro leader, d'altronde. In attesa di riaffiorare, ma, per ora, sotto il pelo dell'acqua. 

    Il centrodestra, gregario di Silvio Berlusconi, fatica a ridefinirsi, a rinominarsi e a riposizionarsi. Il Popolo della libertà è finito. Ha perduto 6 milioni e 300 mila voti, alle elezioni di febbraio. Ma è riuscito a fare la parte del non-sconfitto, perché le attese erano ancora peggiori. E perché il vincitore annunciato, il Pd, in effetti, non ha vinto. Il Pdl ha, però, perduto dovunque alle elezioni amministrative. E si è presentato per quel che è: un partito personale senza territorio e senza persone. Ad eccezione di una: Silvio Berlusconi, il cui peso elettorale, misurato dai voti al partito, si è dimezzato negli ultimi 5 anni. Così Berlusconi stesso oggi annuncia la fine del Pdl e il ritorno a Forza Italia. 

    Tuttavia, è difficile, anzi, impossibile riproporre la novità del 1994. Più che di Forza Italia 2.0, si tratterebbe di Forza Italia 20 (anni dopo). Berlusconi stesso ha quasi 80 anni. Molti processi e molti scandali sulle spalle. Di sicuro non è più "nuovo". In tempi di rifiuto della politica, lui, più di altri, impersona la politica degli ultimi vent'anni. Comunque, il Pdl è finito. E la "nuova" Forza Italia sarà, comunque, un partito "personale". Inestricabile da Berlusconi. Non è un caso che si parli  -  non da oggi  -  di una successione dinastica. Da Silvio a Marina. Perché, al di là di tutto, quest'area politica è unita dal "patrimonio" - familiare. In senso lato: le imprese, i media, le risorse finanziarie e simboliche. Di cui Marina è erede. Certo più di Alfano, Brunetta o la Santanché. 

    Intorno a Berlusconi e al suo partito personale, d'altronde, a destra c'è il nulla. O quasi. An è scomparsa e i suoi surrogati  -  come i Fratelli d'Italia  -  non raggiungono il 2%. La Lega, infine, è debole e divisa. Alle elezioni politiche ha perso oltre metà dei voti. Governa ancora Regioni e Comuni. Ma non ha più la sua base. La Padania ha perduto i padani. E non ha più capitali. 

    Il Partito democratico è impegnato nelle primarie. Ormai da un anno, senza soluzione di continuità. Non ha vinto le elezioni politiche, nonostante le previsioni e le attese. Di tutti. Ha perduto il dopo-elezioni, non riuscendo a imporre i suoi candidati alla presidenza della Repubblica. E ha "subìto" la partecipazione a un governo di scopo  -  alleato con l'avversario di sempre. Certo, ha vinto le amministrative. Ma ciò conferma il distacco fra la base e il gruppo dirigente nazionale. Il Pd: è un partito "impersonale", perché non c'è "un" leader in grado di rappresentarlo tutto e unito. I partiti della Prima Repubblica, da cui origina, gli garantiscono "resistenza", ma non slancio, crescita. Alle elezioni di febbraio si è ridotto al 25% o poco più. Rispetto al 2008 ha perduto 3 milioni e mezzo di voti. Quasi un terzo. Ora, dopo le amministrative, pare risalito al 28%. Ma resta un partito incompiuto. Fra un anno non sappiamo chi ne sarà il leader. E di che consenso disporrà.

    Alla sua Sinistra, d'altronde, è rimasto poco. Sel: legata alla figura di Vendola. L'Idv: scomparsa insieme al suo leader, Antonio Di Pietro. Né gli servirà il cambio di segretario a risorgere. Le formazioni raccolte intorno a Ingroia: latitanti e latenti, come il magistrato. Come Rivoluzione civile. 

    Resta il M5S. Un non-partito fluido. Istantaneo. Composito. Circa un terzo dei suoi elettori afferma di averlo votato per delusione e protesta verso gli altri partiti. I suoi parlamentari sono in costante fibrillazione. È difficile, d'altronde, trovare stabilità "inseguendo" Grillo. Impegnato, a sua volta, a "inseguire", di giorno in giorno e un giorno dopo l'altro, le diverse domande e le diverse tensioni espresse dai suoi elettori. E dai suoi parlamentari. Di certo non è dato di sapere cosa ne sarà in futuro. 

    Il problema è che si è conclusa la parabola dei partiti personali. Raccolti da - e intorno a - un leader, una persona. Perché il declino dei leader coinvolge i partiti. Perché, comunque, i leader hanno bisogno di partiti. Le televisioni e la stessa rete non li possono rimpiazzare del tutto. I partiti servono. A offrire presenza e visibilità nella società e sul territorio. A organizzare le attività e le decisioni in Parlamento. A fornire prospettive, durata. Oltre la biografia del capo. 

    Così oggi discutiamo di partiti provvisori e di leader di passaggio. E ci illudiamo di proiettare e progettare gli scenari del futuro. Mentre, in realtà, usiamo foto d'archivio. E prevediamo solo il passato.
    (Repubblica.It)